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Dalla COP30 al Campus: UPO accelera su misurabilità e nuove competenze green
La conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si è tenuta in Brasile dal 10 al 21 novembre 2025. Per UPO vi hanno preso parte la DG Mahée Ferlini e la professoressa Carmen Aina (RUS, UPO), che abbiamo incontrato per analizzare come tradurre gli impegni globali in azioni concrete: gestione di edifici e mobilità, didattica multidisciplinare, ricerca applicata ma non solo. Servono misurabilità dei risultati, competenze “green”, apertura al territorio e alla partecipazione della comunità.
In collaborazione con Mahée FerliniCarmen Aina
Data di pubblicazione
credits © 123RF/UPO
La trentesima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30) si è tenuta a Belém, in Brasile, dal 10 al 21 novembre 2025. La partecipazione attiva della Direttrice Generale di UPO Mahée Ferlini e della delegata e responsabile della rete RUS Piemonte e docente di UPO Carmen Aina alla COP30 può definire nuove prospettive e priorità operative per l’Ateneo. Le abbiamo incontrate per capire come tradurre gli impegni globali in azioni concrete sul piano locale: gestione di edifici e mobilità, didattica multidisciplinare e ricerca applicata. Il focus si sposta dalla teoria alla misurabilità dei risultati, puntando su competenze “green” realmente spendibili e sul campus come laboratorio di sostenibilità aperto al territorio e alla partecipazione della comunità.
Direttrice Generale, la COP30 ha definito impegni internazionali, non sempre con la forza auspicata. Quali risultati concreti o segnali di svolta vi sembrano più rilevanti per il nostro Ateneo? E quali effetti avranno, da subito, su scelte di gestione e strategia di lungo periodo su sostenibilità e transizione ecologica?
Mahée Ferlini (MF): COP30 ha confermato un dato di contesto: su alcuni temi centrali il consenso multilaterale resta difficile, e nel pacchetto finale non emerge una roadmap condivisa e vincolante sulla transizione dai combustibili fossili.
Il segnale più utile, però, è operativo: l’enfasi sull’implementazione e sulla misurabilità. In questa cornice si inserisce anche la traiettoria del Nuovo Obiettivo Collettivo Quantificato sulla finanza climatica (NCQG), cioè il parametro internazionale che definisce quante risorse mobilitare a supporto dell’azione climatica, definita a COP29 (300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035 da fonti pubbliche, nel percorso verso 1,3 trilioni annui da tutte le fonti) e il lavoro su indicatori che rendono più comparabile il monitoraggio dei progressi, in particolare sull’adattamento.
Per l’Ateneo, l’effetto immediato non è cambiare linguaggio, ma rafforzare la catena decisionale: priorità chiare (edifici, energia, mobilità, acquisti), responsabilità interne, e un set ristretto di indicatori con baseline, aggiornati con regolarità. È così che la strategia diventa credibile e difendibile.
COP30 COP30, 10-21 novembre 2025 © IISD/ENB - Kiara Worth
Professoressa Aina, dalla COP30 quali priorità o lacune globali avete identificato che richiedono un rafforzamento della nostra offerta formativa e della ricerca? In che modo questa esperienza orienterà programmi di studio, dottorati e bandi di ricerca per formare competenze “green” realmente spendibili?
Carmen Aina (CA): A Belém ho avuto la conferma di una lacuna ricorrente: sappiamo descrivere bene l’urgenza climatica, ma spesso siamo meno attrezzati su implementazione, misurazione e gestione dei trade-off. La domanda non è “quante conoscenze ambientali”, ma quali competenze rendono le persone capaci di progettare interventi reali, con vincoli di budget e obiettivi multipli.
Questo orienta la didattica in modo preciso: più integrazione tra discipline (scienze ambientali, economia, diritto, dimensione sociale e sanitaria), più strumenti applicativi (indicatori, valutazione, policy design) e un’attenzione strutturale ad adattamento e resilienza. Ma queste competenze si consolidano davvero solo se lavoriamo con i territori, ascoltando bisogni e vincoli reali e costruendo collaborazioni stabili con istituzioni, comunità e sistema produttivo.
Sul versante ricerca, la direzione è chiara: puntare su progetti che uniscano evidenza e trasferimento, dentro una cornice esplicita di multidisciplinarità e soluzioni orientate alla natura. La parte operativa, per noi, significa obiettivi misurabili, indicatori condivisi, dati accessibili e risultati replicabili, così che la ricerca non resti un insieme di evidenze isolate.
L’Ateneo non deve cambiare linguaggio ma rafforzare la catena decisionale: priorità chiare (edifici, energia, mobilità, acquisti), responsabilità interne, e un set ristretto di indicatori aggiornati con regolarità.
SDGs e misurazione. Alla luce degli SDGs e degli impegni discussi a COP30, su quali obiettivi l’Ateneo intende concentrare risorse e attenzione? Con quali indicatori misureremo il contributo nei prossimi anni? E quali iniziative concrete sono già in corso oggi?
(CA): Più che “scegliere due SDGs” come etichetta, io imposterei una logica verificabile: pochi obiettivi operativi collegati agli SDGs e un sistema stabile di misurazione. La base dati la stiamo già costruendo con una mappatura sistematica delle attività di Terza Missione e delle pubblicazioni di ricerca rispetto agli SDGs, per avere accountability, priorità più informate e rendicontazione comparabile nel tempo.
E questa logica sta iniziando a entrare anche nella didattica: si vedono le prime iniziative per rendere espliciti, nei syllabi, gli SDGs effettivamente coperti, così che studenti e stakeholder capiscano meglio “che cosa contribuisce a cosa” e noi possiamo lavorare su eventuali gap in modo strutturato.
Poi c’è il livello operativo sul campus, dove è fondamentale legare iniziative concrete a indicatori misurabili. Siamo all’inizio e parliamo di alcune azioni già avviate, che possiamo far crescere e rendere sempre più misurabili: il servizio di car pooling per ridurre l’impatto degli spostamenti, una campagna di sensibilizzazione sull’impronta individuale, le prime progettualità per un healthy campus basate anche su raccolta dati e prevenzione, e l’installazione di erogatori d’acqua per ridurre la plastica monouso.
Gli indicatori, per essere seri, devono coprire sia performance ambientali del campus sia impatto formativo e scientifico: mobilità (anche tramite adesione e utilizzo del car pooling), consumi ed efficienza energetica, rifiuti e acquisti; ma anche persone raggiunte dalla formazione e dalle campagne, iniziative tracciate e risultati monitorati. Il punto non è avere “molti numeri”: è avere pochi numeri buoni, confrontabili e trasparenti da orientare decisioni e investimenti.
Campus come laboratorio. Un Ateneo è una piccola città: energia, mobilità, acquisti, rifiuti. Quali pratiche o soluzioni viste (o discusse) a COP30 ritenete più utili da trasferire nel nostro contesto? E come possiamo trasformare il campus in un laboratorio di sostenibilità, con risultati documentabili e replicabili sul territorio?
(MF): Due spunti emersi con forza a COP30 sono particolarmente trasferibili in una logica di gestione di Ateneo. Il primo è l’attenzione a resilienza e salute: il Belém Health Action Plan e le iniziative sul calore estremo ricordano che la gestione climatica riguarda comfort, sicurezza e continuità dei servizi, non solo “riduzione emissioni”. Per un campus significa valutare rischi fisici, aggiornare procedure e standard interni, e integrare misure di adattamento nella gestione ordinaria degli spazi.
Il secondo spunto riguarda edifici e qualità dell’ambiente costruito: la Belém Call for Action su abitazioni sostenibili e accessibili è utile come cornice perché connette clima, prestazioni degli edifici e dimensione sociale. Per noi si traduce in una linea di lavoro concreta: nei nuovi interventi e nelle riqualificazioni mettere al centro efficientamento, sostenibilità dei materiali e requisiti ambientali nelle forniture di lavori e servizi, così che ogni investimento migliori in modo misurabile prestazioni, costi di gestione e impatti.
Da dirigente, il punto decisivo è far diventare questi orientamenti regole di processo: criteri chiari in progettazione e procurement, indicatori ex ante ed ex post, e una rendicontazione che permetta di capire cosa funziona e cosa va corretto.
(CA): Sul “laboratorio” abbiamo già un’impostazione coerente con quanto ho presentato al Padiglione Italia: università come luogo in cui sperimentare soluzioni basate sulla natura e costruire protocolli di monitoraggio solidi. In questo quadro si colloca anche UPO Forest (il Bosco UPO), con attività e percorsi che rafforzano ricerca comparativa e formazione sul campo.
In più, il fatto di essere parte della RUS è un acceleratore pratico: attraverso i gruppi di lavoro circola un patrimonio ampio di buone pratiche già sperimentate da altri atenei, che possiamo adattare gradualmente alle nostre sedi, evitando di reinventare soluzioni e imparando anche dagli errori.
E un punto per me centrale è che un campus-laboratorio funziona davvero se non resta “chiuso” dentro l’università: per questo è importante raccogliere idee anche dai giovani e costruire collaborazioni con territori e sistema produttivo, così che le sperimentazioni diventino utili, misurabili e replicabili anche fuori dall’Ateneo.
Un campus-laboratorio funziona davvero se non resta “chiuso” dentro l’università: per questo è importante raccogliere idee anche dai giovani e costruire collaborazioni con territori e sistema produttivo.
COP30 2025 COP30, 10-21 novembre 2025 © Heute.at
Coinvolgimento della comunità. La COP30 ha prodotto molti contenuti e messaggi. Come intendiamo restituire questa esperienza alla comunità universitaria e renderla accessibile? Quali strumenti useremo per trasformare informazione e consapevolezza in partecipazione e responsabilità condivisa?
(CA): La restituzione non può essere solo “raccontare cosa abbiamo visto”. Deve diventare un percorso che aiuta a capire dove ciascuno può incidere e perché alcune scelte sono difficili: costi, priorità, tempi, effetti distributivi. Per questo funzionano strumenti interattivi e continuativi: percorsi con le scuole e i giovani, e metodi innovativi che allenano cooperazione e comprensione della complessità, come il gioco Tipping Points, ideato proprio per far emergere i diversi punti di vista – sociali, economici e ambientali – che entrano in gioco nelle decisioni sui cambiamenti climatici.
Accanto a questo, la formazione terziaria è decisiva: non basta sensibilizzare, bisogna formare competenze. Quindi più spazio, nei corsi e nei percorsi trasversali, a dati e indicatori, progettazione di politiche e interventi, valutazione di impatto, gestione del rischio e dell’adattamento, e dimensione sociale della transizione.
(MF): Sul lato organizzativo, la responsabilità condivisa nasce quando l’Ateneo rende visibili obiettivi e risultati e offre canali chiari di partecipazione: momenti ricorrenti di confronto con studenti, docenti e personale, materiali sintetici e accessibili, e un monitoraggio che consenta di tornare periodicamente sui progressi, senza “effetto evento”.
In più, come impegno di Ateneo verso il territorio, possiamo lavorare su forme strutturate di coinvolgimento e ascolto con comunità locali e attori territoriali, ad esempio attraverso progetti di citizen science: iniziative in cui studenti e cittadini contribuiscono alla raccolta e lettura di dati semplici ma robusti, con risultati condivisi e riutilizzabili.
Ultima modifica 24 Febbraio 2026
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