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Arte e Storia

Da fortezza a “cerniera urbana” del sapere: come l’università ha ridisegnato il futuro di Novara e del Piemonte orientale

Un viaggio nella trasformazione della Caserma Perrone: da luogo militare a Campus aperto, simbolo della rinascita culturale e sociale del Piemonte orientale. Un’epopea di visione politica, lotte burocratiche e rigenerazione urbana, raccontata nel volume della Società Storica Novarese “Da caserma a campus universitario” e celebrata il 18 ottobre con l’apertura del campus alla città.

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Da Casera militare a Campus universitario
Da Casera militare a Campus universitario

credits © UPO/Archivio di Ateneo

Oggi, chi varca i cancelli dell’ex Caserma Perrone a Novara entra in un mondo vibrante. Oltre cinquemila persone, tra studenti, docenti e personale, animano quotidianamente un campus universitario moderno, dotato di aule tecnologicamente avanzate, una biblioteca e un auditorium nuovi di zecca, laboratori, residenze e impianti sportivi dedicati a iscritte e iscritti. È un “cuore pulsante” di conoscenza, un luogo di studio, lavoro e incontro.

Eppure, come sottolinea il professor Massimo Cavino nella sua introduzione al volume “Da caserma a campus universitario. Le vicende della ’Perrone’ nella storia d’Italia” (Società Storica Novarese, 2025), pochi tra i suoi frequentatori sono consapevoli della complessa epopea che ha permesso questa metamorfosi. La frenesia dei tempi moderni, nota Cavino, spesso ci distoglie dall’interessarci a vicende che non paiono di immediata utilità. Ma per una comunità universitaria, il cui compito è «elaborare e trasmettere conoscenza», ignorare la storia del luogo in cui vive è una «lacuna non accettabile».

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La nascita dell’Università del Piemonte Orientale (UPO) non è stata un semplice atto amministrativo, ma il culmine di una battaglia durata decenni, che ha ridefinito l’identità sociale e culturale di Novara e di un intero territorio.

Proprio per colmare questa lacuna e condividere un patrimonio collettivo, l’Università del Piemonte Orientale, in collaborazione con la Società Storica Novarese, l’Istituto Storico della Resistenza “Piero Fornara” e altre realtà culturali del territorio, ha promosso il progetto di ricerca alla base del volume e ha aperto le porte del campus alla cittadinanza. Il culmine di questo percorso di condivisione è stata la giornata di visite guidate “Da caserma a campus”, tenutasi lo scorso 18 ottobre 2025. Centinaia di cittadini hanno, così, potuto esplorare lo storico complesso, scoprendo le sue molteplici vite: da centro di formazione militare nel Risorgimento a scenario della Seconda Guerra Mondiale, da luogo di accoglienza per i profughi giuliano-dalmati nel 1946 a, in tempi più recenti, moderno polo del sapere.

Come ha dichiarato lo stesso professor Cavino in occasione dell’evento, l’iniziativa ha voluto offrire un «messaggio di speranza», dimostrando come i luoghi possano trasformarsi, passando da scenari legati ai conflitti a centri propulsori di pace e sapere. La nascita dell’Università del Piemonte Orientale (UPO) non è stata un semplice atto amministrativo, ma il culmine di una battaglia durata decenni, che ha ridefinito l’identità sociale e culturale di Novara e di un intero territorio.

I saggi contenuti nel volume – firmati dalle docenti UPO Eliana Baici e Carmen Aina del Dipartimento per lo Sviluppo sostenibile e la transizione ecologica, e dall’architetto Claudio Tambornino insieme alla dottoressa Diana Negro, rispettivamente dirigente e funzionaria della Divisione Edilizia, E-procurement, Patrimonio e Sicurezza, oltre che da un nutrito parterre di storici e testimoni delle vicende contemporanee del Novarese – ricostruiscono questa doppia storia: quella di un’area della città e quella di un’istituzione che, insieme, hanno cambiato il destino del Piemonte orientale.

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1. La “sete” di università in un Piemonte “Torino-centrico”

Per comprendere la portata di questa rivoluzione, bisogna tornare agli anni ’60 e ’70. Come documentano Baici e Aina, il Piemonte viveva un’anomalia nel panorama nazionale: un sistema universitario quasi interamente “Torino-centrico”. Novara, seconda città della regione e cuore di un polo manifatturiero vitale ai confini con la Lombardia, avvertiva un profondo senso di penalizzazione.

In un’Italia che, con la legge del 1969, stava rapidamente passando dall’università d’élite a quella “di massa”, il tessuto produttivo novarese esigeva una forza lavoro qualificata che l’ateneo torinese, da solo, non poteva più garantire. I dati ISTAT del 1971 fotografavano una provincia dinamica, con oltre 7.200 imprese manifatturiere. Non si trattava solo del tessile, ma di comparti ad alta tecnologia come la “meccanica, la chimica, la lavorazione delle materie plastiche e l’industria alimentare”. Queste filiere complesse generavano una “domanda di professionalità tecnico-specialistiche” che non trovava risposta locale.

La domanda era reale e tangibile. Lo dimostrò, già nel 1973, il notevole successo dei primi corsi seminariali decentrati di Medicina (all’Ospedale Maggiore) e Ingegneria (all’Istituto Omar), seguiti poi da Economia e Farmacia. Questa “sete” di formazione superiore fu il motore che innescò il processo.

 

2. La visione e la battaglia: l’era dei “padri fondatori”

La trasformazione di un bisogno diffuso in un progetto politico ha un nome e un cognome: Gaudenzio “Nino” Cattaneo. Secondo Eliana Baici e Carmen Aina fu l’allora presidente della Provincia a intuire la portata strategica di un ateneo autonomo e a perseguirla “caparbiamente”. L’azione di Cattaneo fu cruciale nel creare un consenso territoriale. Dapprima, attraverso il Comitato per l’Università a Novara (metà anni ’70), un organo informale che iniziò a tessere la tela diplomatica e logistica. Fu in questa fase che Cattaneo individuò fin da subito nell’ex Caserma Perrone la sede ideale per la futura università.

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La trasformazione di un bisogno diffuso in un progetto politico ha un nome e un cognome: Gaudenzio “Nino” Cattaneo.

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Da Casera militare a Campus universitario L’Auditorium Cattaneo nel 2025 © UPO/Archivio di Ateneo

Il salto di qualità avvenne il 1° marzo 1990 con la nascita del Consorzio per lo Sviluppo degli Studi Universitari. Non più un comitato informale, ma un ente giuridico con un bilancio autonomo, sostenuto da un’alleanza senza precedenti che dimostrava la compattezza del territorio: la Provincia (33,75%), il Comune (33,75%), la Banca Popolare di Novara (20%) e il resto del mondo economico e industriale, tra cui l’Associazione Industriali (AIN), l’API e l’Istituto Donegani. Questo non era più il sogno di un singolo, ma il progetto di un intero sistema territoriale che investiva sul proprio futuro.

I primi anni ’90, tuttavia, furono segnati da un “nomadismo” logistico. Mentre Medicina godeva della prestigiosa sede di Palazzo Tornielli Bellini, le neonate facoltà di Economia e Farmacia vivevano un’emergenza strutturale. Gli studenti erano costretti a “peregrinare” tra sedi provvisorie e inadeguate: l’Istituto Dominioni, il Centro Sociale di Viale Giulio Cesare, le aule di una scuola privata in via Costantino Porta. Questa precarietà, unita al costante aumento degli iscritti, rese ancora più urgente la conquista di una sede definitiva e dignitosa.

 

3. Il luogo: stratigrafie di storia e burocrazia

L’obiettivo era la Caserma Perrone. Ma, come spiega il saggio dell’architetto Claudio Tambornino e della dottoressa Diana Negro, quell’area non era un semplice contenitore vuoto. Era un luogo carico di storia, per secoli considerato un “margine” della città.

La sua storia affonda le radici nell’antichità. Sebbene le tracce nel sito specifico siano scarse, le indagini archeologiche condotte nelle immediate vicinanze (via Perrone angolo via Passalacqua) hanno permesso di individuare i resti di un edificio pubblico a pianta ellittica: l’anfiteatro romano di Novaria. Collocato strategicamente nel suburbio sud-orientale, testimonia un’antica vocazione pubblica dell’area.

Dopo l’abbandono in età tardoantica, l’area mantenne un carattere artigianale e suburbano. Gli scavi del 2010 per il Padiglione C hanno portato alla luce una grande fornace per laterizi di età moderna (XVII secolo), probabilmente usata per i grandi cantieri di fortificazione della città.

La svolta militare avvenne dopo il 1848. Novara divenne uno snodo strategico e la necessità di alloggi per le truppe sabaude divenne impellente. La costruzione della caserma fu approvata nel 1850 e il complesso, intitolato al Generale Ettore Perrone caduto eroicamente nella battaglia di Novara del 1849, fu inaugurato nel 1854. Per oltre un secolo, fu un “mondo chiuso”, un imponente sistema a padiglioni separato dalla vita urbana.

La sua dismissione definitiva, avvenuta nel 1988, aprì una ferita urbana ma anche un’enorme opportunità. Come ricordano Baici e Aina, l’acquisizione fu un’impresa politica complessa, un negoziato serrato tra Comune, Demanio e Ministero della Difesa. La trattativa fu sbloccata dalla pragmatica disponibilità del generale Antonio Fina, comandante della Brigata Centauro, e, quasi certamente, dal sostegno “discreto ma probabilmente decisivo” della Presidenza della Repubblica sotto Oscar Luigi Scalfaro, cognato dello stesso Cattaneo.

La firma del protocollo d’intesa nel giugno 1993 sancì il passaggio: un luogo nato per la guerra si sarebbe trasformato in un luogo per la conoscenza.

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La costruzione della caserma fu approvata nel 1850 e il complesso, intitolato al Generale Ettore Perrone caduto eroicamente nella battaglia di Novara del 1849, fu inaugurato nel 1854. Per oltre un secolo, fu un “mondo chiuso”, un imponente sistema a padiglioni separato dalla vita urbana.

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4. Il Progetto: “Ascoltare” l’architettura per creare un campus

Il progetto di riqualificazione (sviluppatosi tra il 1998 e il 2021) non è stato un semplice intervento edilizio, ma una “visione urbanistica”, come la definiscono Tambornino e Negro. L’obiettivo non era cancellare il passato, ma “ascoltare” le architetture storiche. La sfida era trasformare la “chiusura” militare in un “opencampus”, concepito come una “cerniera urbana” capace di ricollegare il centro storico con la città moderna. L’intero intervento è stato sottoposto a vincolo e condotto nel rispetto delle indicazioni della Soprintendenza.

L’approccio architettonico, geniale nella sua apparente semplicità, è stato quello di inserire strutture moderne, funzionali e reversibili all’interno degli involucri storici, senza snaturarli:

  • il Padiglione E (le ex-Scuderie ottocentesche) è diventato la Biblioteca “Rita Fossaceca”, una suggestiva “scatola” autoportante in acciaio e vetro che ospita soppalchi e oltre 200 posti lettura, lasciando intatta la percezione dello spazio storico;
  • il Padiglione F (l’ex-Cavallerizza) ospita oggi un auditorium da 284 posti. La nuova funzione è stata inserita come una “scatola cinese”, una struttura autonoma dentro l’edificio storico, anch’essa con un ingresso vetrato che dialoga con la biblioteca antistante;
  • il Padiglione G (gli ex-alloggi Ufficiali) è stato restaurato per diventare una residenza studentesca da 129 posti letto. L’intervento ha rispettato la tipologia “ad albergo”, con camere affacciate su un corridoio centrale;
  • il Padiglione C (aule didattiche) ha richiesto un intervento più radicale. L’edificio preesistente è stato demolito e ricostruito. Tuttavia, il progetto ha mantenuto un forte legame con il contesto: il nuovo edificio è un “contenitore” flessibile con un “doppio involucro”, dove quello esterno in pannelli preconfezionati riprende gli elementi decorativi dello storico Padiglione A, creando un dialogo tra antico e nuovo;
  • i Padiglioni I e H (mensa e sala studio) sono nuove costruzioni addossate al muro di cinta del complesso universitario, realizzate con moderne strutture in acciaio e vetro, che si inseriscono armonicamente nel contesto;
  • infine, l’intero progetto è stato improntato alla sostenibilità: dall’isolamento avanzato all’uso della luce naturale, dai pannelli solari al recupero del calore e ai sistemi di risparmio idrico.
citazione

La trasformazione della Perrone è la prova che un’idea può cambiare una città. [...] Non è solo la storia di vecchi muri o di pratiche ministeriali. È la storia di una rivendicazione sociale, di una visione politica lungimirante e di un riscatto culturale.

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Da Casera militare a Campus universitario Il professor Cavino con uno dei partecipanti alla rievocazione storica del 18 ottobre © UPO/Archivio di Ateneo

Un “patrimonio collettivo”: la conoscenza come bene comune

La trasformazione della Perrone è la prova che un’idea può cambiare una città. Ha rigenerato un patrimonio edilizio condannato al degrado e, al contempo, ha dato una “casa” stabile alla crescita culturale e sociale del Piemonte orientale.

Come scrive il professor Cavino, una comunità universitaria ha il dovere di conoscere la storia del luogo in cui vive. Quella della Perrone non è solo la storia di vecchi muri o di pratiche ministeriali. È la storia di una rivendicazione sociale, di una visione politica lungimirante e di un riscatto culturale. È, come conclude Cavino, “la nostra storia”.

Oggi, l’auditorium del campus è intitolato proprio a Gaudenzio Cattaneo, un omaggio doveroso a colui che, probabilmente più di tutti, ha creduto che un futuro diverso per Novara non solo fosse possibile, ma necessario. L’apertura delle porte alla cittadinanza, come avvenuto lo scorso 18 ottobre, dimostra che quella visione si è pienamente realizzata: la Perrone non è più una fortezza, ma un patrimonio collettivo e un motore di pace e cultura per l’intero territorio.

 

    Ultima modifica 31 Ottobre 2025

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