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Giurisprudenza

La voce della natura nelle aule di giustizia: il progetto Speak4Nature

Coordinato dall’Università del Piemonte Orientale e finanziato dal programma Horizon Europe (Marie Skłodowska-Curie Actions), il progetto Speak4Nature sfida i dogmi secolari del diritto privato per rispondere alla crisi dell’Antropocene. Attraverso un inedito consorzio internazionale che unisce l’accademia europea all’avanguardia giuridica latino-americana, il gruppo guidato dal professor Rodrigo Míguez Núñez lavora per trasformare fiumi, foreste ed ecosistemi da semplici oggetti di proprietà a entità dotate di uno stato che li consenta di agire in giudizio. Un viaggio tra dogmatica giuridica, ecologia e impegno civile per definire gli strumenti processuali di una nuova “Giustizia Ecologica”, capace di superare l’antropocentrismo e dare voce legale alla natura nelle aule di tribunale.

In collaborazione con Rodrigo Míguez Núñez

Data di pubblicazione

Giustizia ecologica
Giustizia ecologica

credits © 123RF/UPO

Intervista a cura di Leonardo D’Amico

 

Nell’era dell’Antropocene, dove l’impatto umano ha alterato ormai irreversibilmente gli equilibri planetari, il diritto si trova di fronte alla sua sfida più grande: superare la visione della natura come semplice “oggetto” o risorsa inerte. È questa la missione di Speak4Nature: Interdisciplinary Approaches on Ecological Justice (Grant agreement ID: 101086202, https://www.speak4nature.eu/), un progetto di ricerca internazionale coordinato dall’Università del Piemonte Orientale e finanziato dall’Unione Europea nell’ambito delle Marie Skłodowska-Curie Actions (Staff Exchanges).

Guidato dal professor Rodrigo Míguez Núñez del Dipartimento per lo Sviluppo sostenibile e la transizione ecologica (DISSTE) di UPO, Speak4Nature unisce un consorzio di nove partner tra Europa e America Latina, tra cui l’Universidad Nacional del Litoral (Argentina), la Ludwig-Maximilians-Universität München (Germania), l’universidad Autónoma di Madrid, oltre a centri di ricerca come FUHEM (Spagna) e FIMA (Cile). L’obiettivo è ambizioso e consiste nello sviluppare nuovi strumenti socio-giuridici capaci di dare rappresentanza legale agli ecosistemi e agli esseri non umani, trasformando il concetto filosofico di “Giustizia Ecologica” in pratiche processuali concrete.

 

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Inquinamento da rifiuti plastici

Inquinamento da rifiuti plastici Inquinamento da rifiuti plastici © 123RF/UPO

Partito ufficialmente nel 2023, Speak4Nature si sta muovendo su tre linee di sviluppo strategiche. La prima, legata alla teoria del diritto, rifonda le basi etiche e giuridiche per riconoscere il valore intrinseco della natura e sfidare l’antropocentrismo dei sistemi giuridici occidentali. Un secondo livello del Progetto, più empirico, sta analizzando come tribunali e amministrazioni in tutto il mondo stiano già sperimentando tecniche per integrare la voce della natura non umana nei processi, avvalendosi del contributo cruciale di biologi, ecologi e antropologi come “traduttori” esperti. L’ultima linea di sviluppo riguarda le strategie per il futuro e punta a costruire una cittadinanza ecologica attiva, fornendo alla società civile le competenze per difendere interessi non umani attraverso azioni di eco-alfebatizzazione, empowement sociale e contenzioso socio-ecologico.

Attraverso un intenso programma di mobilità che vede i ricercatori di UPO lavorare fianco a fianco con i colleghi europei e latino-americani — pionieri nell’ecologizazzione del diritto e del riconoscimento dei diritti della natura — Speak4Nature si pone come un ponte tra culture giuridiche diverse, con l’intento di riscrivere le regole della convivenza tra specie umana e pianeta terra.

Abbiamo incontrato il professor Miguez Nuñez, Principal Investigator di Speak4Nature, per fare il punto su questa collaborazione internazionale e capire quali siano i risultati già raggiunti.

 

Professor Míguez Nuñez, il diritto privato occidentale, di cui lei è docente, si fonda storicamente sulla distinzione netta tra persone (soggetti) e cose (oggetti), una dicotomia che ha reso la natura funzionale e di fatto “vittima” dell’appropriazione e dello sfruttamento umano. Il progetto Speak4Nature si propone di dare, finalmente, voce alla natura non umana nelle istanze legali: come si inserisce questa ‘rottura epistemologica’ all’interno della rigida tradizione civilistica italiana ed europea? Quali sono le resistenze teoriche più forti che state incontrando nel tentativo di trasformare fiumi e foreste da meri oggetti di proprietà pubblica o privata a entità portatrici di interessi propri?

Míguez Nuñez (MN): Speak4Nature nasce dalla consapevolezza della necessità di scuotere non solo la comunità dei giuristi e degli operatori del diritto, ma l’intero modo in cui il diritto viene pensato e praticato. La nostra missione è promuovere un cambiamento epistemologico profondo, capace di condurre a una rifondazione delle categorie e delle istituzioni giuridiche, andando oltre i confini del diritto di impronta antropocentrica.

Questa rottura con il paradigma dominante muove da evidenze ormai ineludibili. Ne posso citare almeno tre: la crescente consapevolezza collettiva della vulnerabilità degli ecosistemi, la presenza sempre più pressante dei cosiddetti limiti planetari e la presa d’atto della nostra profonda eco-dipendenza. È ormai chiaro che la sopravvivenza umana, così come il funzionamento dei sistemi economici e sociali, è intrinsecamente legata ai processi ecologici e ai servizi ecosistemici che rendono possibile la vita.

In questo contesto, il diritto di matrice antropocentrica mostra tutti i suoi limiti. Esso è chiamato a riconoscere non solo la propria dipendenza dai sistemi naturali, ma anche l’inadeguatezza di molte delle sue istituzioni nel governare una realtà ecologicamente interconnessa. Muoversi verso approcci di eco-giuridicità non significa negare l’importanza dell’essere umano, ma, paradossalmente, creare le condizioni per garantirne la stessa sopravvivenza. La chiave per evitare una vera e propria ecatombe antropocentrica risiede nella capacità del diritto di dialogare e intrecciarsi con le correnti eco-centriche.

Alla luce di queste premesse, si impone uno spostamento del baricentro del diritto. Gli elementi naturali non umani, che per lungo tempo sono stati considerati esclusivamente come merce o capitale, o meri frammetti inerti nel cosmo del diritto, devono essere ripensati. Il mutamento più profondo consiste nel riconoscere un dato tanto semplice quanto spesso trascurato: nulla esiste in isolamento. Ogni entità è parte di una rete complessa di interconnessioni, e da qui discende la necessità di attribuire un valore autonomo a ciascuna componente, in quanto ingranaggio indispensabile del sistema integrato di cui facciamo parte.

Le resistenze teoriche, tuttavia, restano significative. L’antropocentrismo strutturale del diritto rappresenta uno degli ostacoli principali, aggravato dalla scarsa permeabilità di discipline giuridiche tradizionalmente autoreferenziali, come il diritto civile. Per superare questi limiti è indispensabile che il diritto impari a interiorizzare i saperi provenienti da altri ambiti della ricerca – dalle scienze ecologiche a quelle sociali – così da elaborare soluzioni che siano aderenti alla complessità della realtà locale e alle esigenze dei sistemi viventi.

La sfida decisiva è comprendere che il diritto non è un sistema isolato, ma parte di un nomos più amplio che dialoga costantemente con la complessità dei sistemi sociali, culturali ed ecologici. Il compito dell’ordinamento non è quindi più quello di tracciare una rigida separazione tra soggetti e oggetti, bensì di disciplinare l’interrelazione socio-ecologica che struttura il nostro vivere comune.

 

citazione

La rottura con il paradigma dominante muove da evidenze ormai ineludibili. Ne posso citare almeno tre: la consapevolezza collettiva della vulnerabilità degli ecosistemi, la presenza pressante dei limiti planetari e la presa d’atto della nostra profonda eco-dipendenza.

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Deforestazione in America meridionale

Deforestazione in America meridionale Deforestazione in America meridionale © 123RF/UPO

Uno degli aspetti più innovativi del progetto è lo studio delle ‘tecniche procedurali’ per rappresentare la natura, un processo che coinvolge non solo giuristi ma anche biologi, ecologi e antropologi. Nel concreto delle aule di tribunale, come avviene questa ‘traduzione’? In che modo una perizia scientifica sullo stato di salute di un ecosistema cessa di essere una semplice prova tecnica per diventare, come auspica il progetto, l’espressione della volontà di un soggetto non umano che chiede giustizia?

(MN) Ogni corte e ogni giurisdizione operano sulla base di regole proprie in materia di ammissibilità e tipologia delle perizie considerate. Tuttavia, è possibile individuare alcune tendenze comuni nel modo in cui il sapere scientifico ed ecologico entra nei processi giudiziari. Un esempio particolarmente significativo è offerto dalla Corte interamericana dei diritti umani. In numerosi contenziosi relativi alle violazioni dei diritti territoriali delle comunità indigene e contadine, la Corte si è basata su perizie elaborate da ecologi, geografi e antropologi per accertare lo stato degli ecosistemi, valutare il danno socio-ecologico prodotto da attività pubbliche o private e verificare l’alterazione dei cicli idrici, la perdita di ecosistemi o la compromissione di servizi ecosistemici essenziali alla sopravvivenza delle comunità locali. Si badi che in questi casi, la perizia non serve solo a ricostruire i fatti, ma contribuisce a dare contenuto concreto ai diritti tutelati.

Anche in Europa, seppur con un approccio ancora prevalentemente orientato alla tutela dei diritti umani, le perizie scientifiche hanno assunto un ruolo crescente, soprattutto nel contesto dei contenziosi climatici. Attraverso il riconoscimento di limiti ecologici oggettivi, o planetari, all’azione umana, le valutazioni relative agli obblighi e alle responsabilità climatiche degli Stati – che includono rapporti dell’IPCC, analisi sistemiche degli ecosistemi e modelli climatici – sono state decisive per avviare un progressivo processo di erosione dell’impostazione antropocentrica del diritto.

Sul piano tecnico, la partecipazione degli esperti si realizza attraverso una pluralità di strumenti: testimonianze scientifiche, rapporti tecnici indipendenti, documenti prodotti da ONG e da organismi scientifici, che trovano spesso richiami espliciti nelle motivazioni delle sentenze. In altri casi, le corti fanno riferimento a tali contributi nella ricostruzione dei “fatti” o nelle sezioni dedicate alla valutazione complessiva del caso (assessment of the Court), utilizzando le perizie per stabilire la gravità del danno ambientale o la sua prevedibilità scientifica.

A questo quadro si affianca il ricorso sempre più frequente allo strumento dell’amicus curiae, ossia l’intervento scritto o orale di soggetti che non sono parti del processo, ma che dispongono di competenze tecniche e scientifiche qualificate. Nelle controversie ecologiche, l’amicus svolge spesso una funzione cruciale: rappresentare ciò che le parti difficilmente riescono a far valere, come gli interessi degli ecosistemi, delle generazioni future o i saperi scientifici interdisciplinari.

La perizia resta una prova tecnica strettamente legata alle pretese dedotte in giudizio, mentre l’amicus curiae non ha carattere vincolante, ma può costituire un importante strumento orientativo per la ricostruzione dei fatti e per l’interpretazione del diritto. La vera sfida, oggi, è attribuire a questi interventi un peso sempre più significativo, soprattutto in relazione a interessi che, per le limitazioni strutturali dei sistemi giuridici attuali, non possono essere adeguatamente rappresentati attraverso le sole perizie tecniche.

 

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Ogni entità è parte di una rete complessa di interconnessioni, e da qui discende la necessità di attribuire un valore autonomo a ciascuna componente, in quanto ingranaggio indispensabile del sistema integrato di cui facciamo parte

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Speak4Nature Argentina

Speak4Nature Argentina Uno dei seminari cui ha preso parte il professor Stefano Saluzzo in Argentina (UNL) © Speak4Nature

Speak4Nature si basa su un forte asse di cooperazione con l’America Latina, una regione che, con le costituzioni di Ecuador e Bolivia, è all’avanguardia mondiale nel riconoscimento dei diritti della natura. Nel coordinare questo scambio di ricercatori tra UPO (poche settimane fa è stato firmato l’accordo di collaborazione tra UPO, Fondazione Otonga, in Ecuador e Associazione Ananda Giri APS di Guardabosone (VC) grazie al quale l’Ateneo ha creato due aree gemelle di studio e di interscambio di ricerca, il Bosco UPO a Guardabosone e la Foresta dell’UPO in Ecuador, ndr) e le università sudamericane, sta osservando un’inversione dei flussi di conoscenza giuridica? Possiamo dire che l’Europa, che nell’Ottocento ha esportato il modello dei Codici, oggi debba imparare dal “Sud del mondo” e dalle concezioni non occidentali per affrontare la crisi dell’Antropocene?

(MN) Le cosmologie giuridiche alternative hanno da sempre affascinato antropologi e filosofi del diritto. Oggi assistiamo a una significativa espansione di questi approcci nell’ambito della politica del diritto: essi esprimono un diverso modo di concepire la costruzione delle soluzioni giuridiche, radicato in prospettive cui l’osservatore europeo non è tradizionalmente abituato. Non mi riferisco soltanto alla cosiddetta “soggettivizzazione della natura non umana”, tema sul quale il giurista occidentale potrebbe soffermarsi a lungo, considerando che, dall’età post-romana fino ai giorni nostri, il diritto ha elaborato sofisticate finzioni giuridiche per rappresentare animali, insetti, navi, divinità, luoghi o persino i defunti. La vera innovazione delle cosmologie giuridiche non occidentali – penso al Buen Vivir (Sumak Kawsay) delle Ande, all’Ubuntu dell’Africa australe, al Dharma in India, tra le altre – sta nel modo in cui ampliano il concetto stesso di “comunità di giustizia” e nella profonda riformulazione del modo di concepire “l’altro”. In questi sistemi, non solo gli esseri umani, ma anche animali, piante e interi ecosistemi sono considerati partecipanti attivi di una rete di relazioni che sostiene la vita presente e futura. In altre parole, il “Sud del Mondo” insegna che ogni essere possiede un’agenzialità – il suo effetto sugli altri – e che la sua esistenza è al tempo stesso normativa, materiale e spirituale. Per questo, la nozione del “dovere” prende il posto del “diritto”. La terra, ad esempio, non è solo proprietà individuale: è un bene collettivo verso cui ciascuno di noi mantiene un legame profondo che si traduce in responsabilità concreta, come sottolineato dal forte monito di Papa Francesco nella Laudato sì.

Per il diritto occidentale, queste cosmologie offrono insegnamenti fondamentali: la natura e la società sono inseparabili; l’universo non può essere rigidamente diviso in soggetti e oggetti di diritto; la proprietà va concepita soprattutto come dovere di custodia e responsabilità; le relazioni socio-ecologiche, interspecie e intergenerazionali devono entrare al centro della valutazione giuridica. Sono queste intuizioni che oggi spingono il diritto del “Nord” a compiere un passo decisivo verso una reale conversione ecologica. In Europa, questo cambiamento è in atto e si traduce concretamente nelle Direttive Habitat e Uccelli e nelle misure più recenti del Green Deal europeo, come il Nature Restoration Act e la Soil Monitoring Act, che integrano nei processi decisionali la protezione e il ripristino degli ecosistemi, imponendo limiti ecologici oggettivi all’azione umana.

 

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María Valeria Berros con Rodrigo Míguez NuñezSpeak4NatureSeminario Speak4NaturePedro Lomas Huertas insieme a Rodrigo Míguez Nuñez
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Non si tratta quindi di mettere in discussione il diritto di proprietà, ma di rileggerlo in modo diverso. La proprietà non implica necessariamente esclusione o abuso indiscriminato di ciò che è “mio”. Interpretare il nostro rapporto con le cose che usiamo in termini di eco-materialismo significa assumersi la responsabilità che ci compete come proprietari.

Il progetto prevede un livello strategico che punta allo sviluppo di una “cittadinanza ecologica” e alla pubblicazione di un Libro Bianco. Al di là della cerchia degli specialisti, quale impatto immagina che Speak4Nature possa avere sulla società civile e sul nostro territorio? Stiamo andando verso un futuro in cui associazioni e cittadini piemontesi potranno agire in giudizio come ‘tutori’ di beni comuni locali, come il fiume Sesia o il Po, utilizzando gli strumenti legali che state sviluppando?

(MN) Questo è senza dubbio il punto più sensibile del progetto: la nostra strategia mira a promuovere una coscienza ecologica diffusa e a fornire strumenti di empowerment alla cittadinanza, affinché possa agire in difesa della natura non umana. L’impatto sulla società civile e sul territorio si costruisce dal basso, attraverso un coinvolgimento diretto con associazioni e realtà locali, testimoniato dalle attività già avviate nei diversi contesti del progetto. La sensibilizzazione ecologica fa parte anche del nostro impegno verso le scuole, come evidenziato dalla fase pilota attualmente in corso a Madrid presso il Colegio ESO, a cura dal nostro partner FUHEM con il supporto della Universidad Nacional del Litoral (Argentina) e della Universidad Nacional de Educación a Distancia (Madrid).

Il progetto prevede inoltre una serie di attività con organizzazioni locali, attualmente in fase di avvio, finalizzate a trasferire i risultati della ricerca nella forma di un libro bianco, contenente strumenti socio-giuridici per rappresentare gli interessi degli ecosistemi e della natura non umana a livello locale; questo è il principale scopo della fase finale e attuale del nostro lavoro.

Come ogni iniziativa innovativa, anche la nostra aspirazione incontra dei limiti, soprattutto nel contesto italiano. Gli ambiti di partecipazione degli interessi diffusi sono ancora ridotti e la normativa non riconosce esplicitamente la natura o gli ecosistemi come portatori di interessi autonomi, rappresentando un forte vincolo per rendere concreta la nozione di giustizia ecologica. Gli strumenti per aggirare questi limiti spaziano dal diritto penale (eco-reati) al diritto civile, attraverso la responsabilità civile per attività pericolose e le norme sul danno ambientale, che consentono di chiedere risarcimenti anche per effetti sugli ecosistemi. Un riferimento trasversale fondamentale è costituito dall’articolo 9 della Costituzione italiana, novellato nel 2022, che tutela esplicitamente l’ambiente, la biodiversità, gli ecosistemi e gli animali tra i principi fondamentali della Repubblica. Questo principio deve orientare anche la nostra strategia, guidando le forme di organizzazione della società civile con cui collaboriamo e consolidando così il concetto di giustizia ecologica nelle pratiche concrete. Per questo è fondamentale promuovere progetti partecipativi e parastatali, o vere e proprie “finzioni istituzionali” come i parlamenti dei fiumi e di altri elementi naturali, prendendo ispirazione da esperienze straniere, come quella del fiume Loira. In questo modo possiamo mettere in pratica i principi che sosteniamo, stimolare un dibattito pubblico sui diritti e doveri ecologici e dare davvero voce alla natura.

 

Nei suoi studi Lei ha spesso evidenziato come la proprietà privata sia stata il meccanismo principale di istituzionalizzazione del dominio umano sulla natura, permettendo uno sfruttamento delle risorse che oggi si scontra con i limiti biofisici del pianeta. Alla luce dei risultati preliminari di Speak4Nature, crede che il concetto di 'proprietà' debba essere superato o riformato? E in che modo la nozione di 'Giustizia Ecologica' ci aiuta a immaginare nuove forme di appartenenza e cura dei beni comuni (commons) che non siano basate sull'esclusione?

(MN) Credo che ci troviamo davanti a un vero paradosso: la stessa proprietà che storicamente è stata uno strumento di sottomissione e sfruttamento della natura può oggi diventare la chiave per ripristinare il nostro rapporto con ciò che ci circonda. Non si tratta quindi di mettere in discussione il diritto di proprietà, ma di rileggerlo in modo diverso. La proprietà non implica necessariamente esclusione o abuso indiscriminato di ciò che è “mio”. Interpretare il nostro rapporto con le cose che usiamo in termini di eco-materialismo significa assumersi la responsabilità che ci compete come proprietari. Per dirla con il positivismo comtiano, occorre vedere nel proprietario un funzionario, incaricato dall’umanità di amministrare una porzione della ricchezza comune e obbligato a utilizzarla nel modo più proficuo per tutti. In altre parole, oggi dobbiamo assumere consapevolezza che la proprietà non è un diritto assoluto, ma una responsabilità verso l’altro. Da qui emerge la nozione di dovere, che non riguarda solo la gestione dei “beni comuni” in senso lato, ma soprattutto la forma di uso e di controllo dei beni di titolarità privata, ovvero: la fruizione concessa al proprietario acquista significato solo se inserita nel quadro della responsabilità condivisa dei cittadini nella cura dei beni ecologicamente sensibili.

Questa consapevolezza ecologica si fonda su una conoscenza scientifica approfondita dei fenomeni legati all’oggetto di dominio – suolo, ecosistemi, risorse naturali – e comporta una riflessione su eco-alfabetizzazione, specificità materiali dei luoghi, facoltà del proprietario, uso e regolamentazione del territorio, responsabilità ambientale e tutela dei diritti delle comunità, temi centrali anche per gli aspetti strategici di Speak4Nature.

Ne deriva che la proprietà diventa uno strumento di giustizia ecologica, capace di garantire distribuzione equa dei benefici e dei costi ambientali, protezione degli ecosistemi e tutela degli interessi della natura e delle generazioni future.

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Speak4NaturePrincipal investigator locali del progetto insieme a coordinatoreSpeak4NatureSpeak4NatureSpeak4NatureSpeak4Nature

    Ultima modifica 10 Marzo 2026

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